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La scatola dei ricordi di Marzia Grasso, assistente sociale

Ecco la nostra intervista a Marzia Grasso, assistente sociale che si occupa dell’area minori e famiglie in condizioni di fragilità sociale o sottoposti a provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria.
Abbiamo chiesto a Marzia di raccontarci come è nata la passione per il suo lavoro e che cosa l’ha spinta a diventare un’assistente sociale. Ecco di seguito la sua risposta.

Pochi anni fa ho riaperto la scatola dell’adolescenza.
Una vecchia scatola di latta.
Mia nonna la usava per riporre ago, fili,bottoni, ditale, tutto ciò che serviva per rammendare.
All’età di 14 anni l’ho ereditata io.
L’ho trasformata nella scatola dei ricordi. Riponevo dentro lettere scritte a me stessa e oggetti
importanti.

L’ultimo ricordo è del 2001.
1995-2001, sei anni di vita. Dai 14 ai 19 anni.
In una di quelle lettere datate 1996 c’è scritto “…voglio fare l’assistente sociale così vedo
situazioni peggiori delle mie e se aiuto gli altri poi sto meglio…”
Negli anni ho dimenticato questo pensiero, tanto che dopo il liceo, mi sono iscritta a psicologia.
Un anno di crescita, di libertà, di “naso fuori di casa” dove l’università era l’ultimo dei miei
pensieri.
In questo anno, però, mi sono avvicinata al volontariato. Abitavo vicino al Borgo don Bosco, lì
c’era la scuola delle seconde opportunità, accoglieva ragazzi con grandi difficoltà scolastiche e
familiari, mi era stato affidato un ragazzo di 14 anni, lo aiutavo a studiare per prendere la terza
media.
Io 18-19 anni, lui 14. Con lui non ho mai fatto i compiti (o quasi) trascorrevamo ore a parlare
della sua vita. Delle beghe di quartiere, del padre in carcere, della coltellata che rischiava, della
scuola. Mi spiegava in modo semplice e senza filtri che lui non riusciva a capire le cose, che le
dimenticava, perché quando andava a casa doveva fare altro.
Ascoltavo i suoi discorsi e non riuscivo a fare altro che chiedere, cercare di capire, di
immaginare cosa si prova a vivere la sua vita.

Ero entrata nella sua vita, volevo farmene carico, finalmente avevo realizzato quello che
inconsciamente avevo scritto 3 anni prima.
Un giorno questo ragazzo mi chiama sul cellulare (eh sì gli avevo dato il numero di cellulare), io
ero a Milano, mi dice nel panico che lo stanno inseguendo, lo vogliono punire per non so che
cosa. Gli dico affannosamente di stare tranquillo e di chiamare aiuto. Lui mi dice che lo ha fatto,
ha chiamato me.
Rimango in silenzio, ho paura, poi cade la linea e il numero non risultava più attivo.
Questo ragazzo è riuscito a prendere la terza media. Mi aveva fatto uno scherzo, non era vero
niente, voleva solo capire quanto si poteva fidare di me.
Lì ho provato concretamente la differenza tra complicità e processo di aiuto.
La mia intenzione, era di aiutare quel ragazzo a prendere la terza media, ma in una situazione
come quella che viveva, sarebbe stato impossibile se non avessi instaurato una relazione.

Ma di cosa doveva essere fatta questa relazione?
Così come l’avevo impostata era sbilanciata, mi caricava di responsabilità che non potevo
sostenere. Faceva male a me e a lui.
Parlando con il coordinatore del centro (un maschio!…sì come tanti altri: educatori, assistenti
sociali, psicologi… non mi servono le statistiche, li vedo e ci lavoro ogni giorno da 15 anni) ho
capito che: la psicologia ti insegna a conoscere l’essere umano, la filosofia allena il cervello al
pensiero, la sociologia ti aiuta a capire la società, le politiche sociali ti fanno conoscere le
risorse del territorio ed il diritto ti dà le regole di vita sociale.
Me ne parlava perché mi spiegava che un ragazzo che si trova in una condizione di disagio
psico-sociale proviene da una situazione complessa, multiproblematica, c’è bisogno di varie
competenze per aiutarlo.

Bene. Mi serviva un corso universitario che riunisse tutte quelle cose.
Ed ecco che il corso di laurea in servizio sociale soddisfaceva tutto.
La nostra è una professione complessa, racchiude tante competenze.
“Sono un medico!”, sì ma cosa curi?
“Sono un’assistente sociale”. Sì ma di cosa ti occupi?
Ass. Soc. 1: “Io rubo i bambini perché sono una zitella acida!”
Ass.Soc 2: “Io faccio parte della parrocchia, volevo farmi suora!”
Ass. Soc. 3: ” Io voglio salvare il mondo, in realtà sono Wonder woman”
Ass. Soc. 4:” Io rubo lo stipendio, fanno tutto i medici!”.

Io sono un’assistente sociale.
Sono testarda come poche, tenace, curiosa, positiva, interessata alla vita degli altri, convinta
dell’esistenza di una via d’uscita. Aiutare gli altri significa renderli indipendenti.
La relazione di aiuto si basa su un progetto che viene fatto con la persona da sostenere. Un
progetto mirato allo svincolo dal circuito assistenziale, attivando in primis le risorse individuali e
la rete di supporto adeguata.

Ecco cosa avevo sbagliato con quel ragazzo, volevo essere io a “salvarlo”, volevo essere la sua
Wonder Woman.
Io non sono Wonder woman, semplicemente penso e attivo processi di aiuto.
Non rubo bambini, l’allontanamento di un minore è il fallimento del servizio sociale.
Non volevo farmi suora, mi piacciono le persone e le aiuto non per scopi religiosi.
Non rubo lo stipendio, collaboro con altre professionalità.
Ecco chi sono gli assistenti sociali, donne e uomini formati ad avviare processi di cambiamento.

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