Belladonna

Belladonna – Sotto la sottana della nonna

Dicevano le mie nonne: “Non si butta mai via niente”!

Anziane ma allo stesso tempo moderne, con l’ottica del riciclo creativo, ma per salvare più se stesse che il mondo…

In tempi grami di guerra e povertà, infatti, non si buttava via niente; tutto “veniva buono” e reimpiegato per un secondo uso o consumo.

Il maiale, una volta, veniva insaccato in casa e nulla era scartato; addirittura le pareti dello stomaco erano cucinate per fare “la trippa”, un piatto contadino oggi apprezzatissimo e assurto ad una maggiore dignità culinaria.

Tutto nel quotidiano aveva una seconda, se non terza, vita. Ebbene sì… anche gli indumenti! Una consuetudine, anche questa, dettata dalla necessità.

Le mie nonne, quando qualche indumento confezionato da loro a maglia non veniva più utilizzato perché logoro o dismesso, erano solite “disfare” il loro lavoro  ottenendo un nuovo filamento da cui poter ricavare gomitoli multicolori.

Ricordo come da piccola, mi facevano sedere sul divano con le mani in alto, sulle quali attorcigliavano il filo sfuso per poi avvolgerlo in una matassa;  per me era un gioco, mentre per loro un aiuto. Che emozione ricordare quel tempo trascorso insieme a loro!

Terminato il primo passaggio, ferri alla mano, si mettevano subito al lavoro per confezionare degli scalfarocc (calzettoni di lana). Se il filo era sufficiente, venivano confezionati alti fin sotto il ginocchio, in modo da poter scaldare le gambe fin sotto la sottana.

Eh già… la moda di quei tempi badava molto alla sostanza, e poco alla frivolezza ed alla femminilità.

Solo le più fortunate potevano permettersi delle calze in nylon, poco utilizzate in un ambiente contadino poiché delicate ed inadatte al lavoro nei campi; ma indossarle permetteva di non dover infilarsi le calze di lana in estate e di essere più eleganti, soprattutto per andare a messa la domenica, considerato un raro momento da concedere alla mondanità.

Unica pecca: una volta smagliate, erano difficili da rattoppare… ma se accadeva, niente panico! Si correva subito ai ripari con una goccia di collante o di smalto per fermare la rottura, in questo modo erano riutilizzabili.

A necessità virtù!

Dopo tutto, sotto l’immancabile gonna le calze erano un indumento d’ordinanza… già perché le mie nonne non hanno mai – e sottolineo mai – indossato un paio di pantaloni in vita loro! 😉

4 commenti

  • Davide

    Un tuffo nel passato e quanti ricordi degli scalfarocc della mia Nonna Maria che pizzicavano per lana… sarà p’occasione per chiederne un paio nuovo di zecca!!! Compimenti sei veramente brava 👏👏👏👏👏👏👏👏👏

  • isabella piazza

    Mia mamma, armata di uno speciale uncinetto finissmo e di un bicchiere, ma soprattutto di tanta pazienza, ripigliava le maglie cadute delle calze, di seta specialmente e, in seguito, di nylon, con maestria rimagliava la smagliatura. Per poche lire, stava delle ore, vicino a una luce forte a rimagliare…questo negli anni 50/60/70.

  • isabella piazza

    Mia mamma, armata di uno speciale uncinetto finissmo e di un bicchiere, ma soprattutto di tanta pazienza, ripigliava le maglie cadute delle calze, di seta specialmente e, in seguito, di nylon, con maestria, rimagliava la smagliatura. Per poche lire, stava delle ore, vicino a una luce forte a rimagliare…questo negli anni 50/60/70.

  • Carmen

    Tanti ricordi meravigliosi,anch’io ho avuto l’onore di poter calzare le calze fatte con gli aghi.Mi ricordo i gomitoli di lana avanzati da precedenti lavori,si univano i filati di vari colori,alla fine del lavoro,chiedevo alla mia nonna, ma di che colore sono queste calze e lei mi rispondeva,colur sgrisulat .

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