L'arte è Donna,  Rubriche

FRIDA KAHLO E IL SUO “VIVA LA VIDA!”

F. Kahlo, Autoritratto con collana di spine e colibrì, 1940, olio su tela, Boston, Museum of Fine Arts

E’  molto difficile tentare di racchiudere, in poche righe, la pienezza di Frida Kahlo, nota artista della prima metà del Novecento. Frida, con un’arte personalissima, ha narrato il proprio dolore, la propria forza, elogiato la femminilità, uno smodato attaccamento alla vita e al Messico, ha dato voce alla sua passione politica e all’ amore per Diego Rivera.

Frida, come ci mostra il dipinto I miei nonni, i miei genitori e io, nasce nel 1907 a Coyoacán, un sobborgo di Città del Messico. Frida è raffigurata come una bambina di tre anni all’interno del giardino lussureggiante di Casa Azul, oggi divenuta un museo a lei dedicato. Sopra la bimba sono raffigurati i genitori Matilde e Guillermo Kahlo. La madre era originaria del Messico e, infatti, i nonni materni si librano su un paesaggio montuoso e su un cactus, simbolo del Messico. I nonni paterni, raffigurati sull’oceano blu, erano originari dell’Europa.

F. Kahlo, I miei nonni, i miei genitori e io
F. Kahlo, I miei nonni, i miei genitori e io, 1936, Olio e tempera su metallo, New York, MoMa – Museum of Modern Art

Frida instaurò un legame speciale con il padre dotato, a suo dire, di un «carattere generoso, intelligente e fine, coraggioso perché per sessant’anni ha sofferto di epilessia, ma non ha mai smesso di lavorare e ha combattuto contro Hitler»[1]. La figura paterna fu un sostegno fondamentale quando Frida, a soli sei anni, si ammalò di poliomielite provocandole una deformità alla gamba destra. Da questo evento si instaurò, tra Frida e la malattia, una relazione che caratterizzò tutta la sua vita e, soprattutto, la sua produzione artistica. Nonostante ciò ella mostrò sempre un carattere molto forte, una notevole indipendenza e un’avversione ad ogni costrizione sociale. Frida era dotata di una spiccata intelligenza e, volendo diventare medico, si iscrisse nel 1922 alla Escuela Nacional.

Pochi anni dopo, il 7 settembre 1925, avvenne un terribile incidente che segnò indelebilmente la vita e la produzione artistica di Frida. Ella tornava a casa in autobus dopo la scuola: «E così sono salita sul mio carro funebre. All’angolo del mercato di San Juan, un tram ci è venuto addosso, ci ha speronato, si è avvinghiato a noi. […] Poi, all’improvviso, il mondo è esploso. L’autobus per Coyoacán, per la Casa Azul, si è disintegrato. E io, un attimo o un secolo dopo, ero una ballerina coperta di sangue e di oro.»[2]. Frida rimase gravemente ferita: un corrimano le trafisse il fianco fuoriuscendole dalla vagina provocandole danni irreversibili. L’incidente segnò il primo incontro di Frida con la Morte, la Pelona, compagna che non la abbandonerà mai per il resto della sua vita: «ho lanciato quell’urlo che non poteva uscire dalla gola di una moribonda, un urlo di rabbia, un urlo di amore per la vita che non volevo abbandonare a diciott’anni, ho urlato il mio “Viva la vida”, e la Pelona, assordata, è rimasta stupefatta almeno quanto i vivi che mi si accalcavano attorno»[3].

Frida, dopo l’incidente, trascorse un lungo periodo a letto. Proprio la degenza forzata alimentò la sua passione per la pittura: «Ero maledettamente annoiata, lì a letto dentro a un busto di gesso, così decisi di fare qualcosa. Rubai degli oli a mio padre , visto che non potevo stare seduta, mia madre mi fece confezionare una tavolozza speciale. Fu così che cominciai a dipingere.»[4]

Frida riuscì a tornare a una vita quasi normale e, dovendo mantenere la sua famiglia, sottopose i propri dipinti a Diego Rivera, noto artista dell’epoca. Frida non sapeva che da quell’incontro sarebbe scaturito un amore folgorante: «Era in cima a un’impalcatura, l’ho chiamato. Lui ha guardato giù. Deve aver visto una ragazza ventenne dal corpo nervoso. […] E’ sceso giù. Incredibilmente agile, per quel corpaccione pesante, e mi ha scrutata con quel suo meraviglioso faccione da rospo…Solo io so quanto sia bello Diego. Solo io.»[5]

Frida Kahlo e Diego Rivera
C. Van Vechten, Frida Kahlo con il marito Diego Rivera, fotografia, 1932

Rivera rimase profondamente colpito dall’arte di Frida: i due si innamorarono perdutamente e si sposarono nell’agosto del 1929. L’amore per Rivera è un elemento fondamentale per comprendere la produzione artistica di Frida. Ella sapeva che la relazione con Diego non sarebbe stata facile perché «lui aveva una vera passione per la bellezza, un appetito gigantesco per il piacere degli occhi e si dice che posare per Diego significasse offrire il corpo tanto alla sua carne quanto al suo sguardo.»[6]

Nei primi anni del matrimonio furono commissionati a Diego dei murales negli Stati Uniti e i due novelli sposi si trasferirono lì. Frida, durante il soggiorno a New York, si accorse di essere incinta, ma il sogno venne ben presto infranto: ella, a causa dei danni subiti durante l’incidente, abortì spontaneamente.  Al dolore per la perdita si aggiunse anche il pensiero che Diego non desiderasse avere un figlio: «Non credo che a Diego interessi particolarmente avere un bambino, perché quello che lo preoccupa maggiormente è il suo lavoro e ha perfettamente ragione. I figli vengono per lui al terzo o al quarto posto.»[7]

Ospedale Henry Ford (Il letto volante)
F. Kahlo, Ospedale Henry Ford (Il letto volante), olio su metallo, 1932, Città del Messico, Collezione Dolores Olmedo

Il dipinto che meglio rappresenta il dolore di Frida a seguito dell’aborto è Ospedale Henry Ford o Il letto volante: l’artista si raffigura nuda su un letto d’ospedale troppo grande rispetto al suo corpo. Il lenzuolo è intriso di sangue e la pancia è ancora ingrossata per la gravidanza. Frida tiene con la mano sinistra tre corde rosse legate ad alcuni oggetti che alludono alla sessualità e alla gravidanza appena interrotta. Colpisce, implacabile, la solitudine e la tristezza dell’artista completamente immersa nel suo dolore.  Ciò è riflesso anche dalla città che, freddamente, mostra distacco alla condizione della Kahlo.

Frida non era a suo agio in terra statunitense e ciò si ripercosse sulla sua produzione artistica che, in quegli anni, fu piuttosto esigua. Diego e Frida fecero, quindi, ritorno in Messico: andarono ad abitare in una nuova casa a San Angel, un sobborgo di Città del Messico. La Kahlo sperava di riprendere più intensamente a dipingere, ma i problemi di salute, e un’altra interruzione di gravidanza, la costrinsero nuovamente a letto.

Colpisce nella produzione pittorica di quegli anni il dipinto Qualche colpo di pugnale (1935): Frida raffigura l’omicidio di una donna per gelosia, notizia riportata dai quotidiani locali. La rappresentazione della donna, che giace riversa e insanguinata su un letto trafitta da decine di coltellate, si ricollega a un evento terribile nella vita della pittrice poichè Diego aveva iniziato una relazione con Cristina, sorella di Frida: «In primo luogo è una sofferenza doppia, se così posso dire. Voi più di chiunque altro sapete che cosa Diego significhi per me, in tutti i sensi, e d’altra parte lei era la sorella che ho amato di più e che ho cercato di aiutare il più possibile […]. Ma ora mi rendo conto che non ho nessuna risorsa in più di una qualsiasi altra ragazza delusa dall’abbandono del proprio uomo; non valgo niente, non so fare niente, non posso bastare a me stessa.»[8]

Frida, profondamente ferita e turbata, lasciò la casa in cui viveva con Diego, ma la sofferenza era tale che nel 1938 si trasferì a New York dove le fu dedicata un’esposizione. L’anno seguente partì alla volta di Parigi dove Andrè Breton la aiutò a organizzare una mostra. Frida rimase delusa dall’atteggiamento di Bretòn, ma l’esposizione, come testimoniano le sue stesse parole, andò bene ed ella conobbe artisti di fama mondiale: «[…]C’era  una gran quantità di gente il giorno dell’opening, grandi complimenti alla chicua, tra cui un forte abbraccio da Juan Mirò e grandi elogi alla mia pittura da Kandinskij, complimenti da Picasso, Tanguy, Paalen e altri “merdoni” del Surrealismo. Insomma, posso dire che è stato un successo, e tenendo conto della qualità delle mielosità (ossia dei complimenti) credo che tutta la faccenda sia andata piuttosto bene.»[9]

Frida fece ritorno in Messico e alla fine dello stesso anno ottenne il divorzio da Diego. Ella diede sfogo al suo dolore e alla delusione nell’autoritratto Le due Frida. Ella mostra le sue due personalità: da un lato la Frida messicana con il costume da tehuana che tiene in mano un amuleto con il ritratto di Diego Rivera da bambino, dall’altro  lato si rappresenta con un vestito di pizzo. I cuori delle due donne sono collegati da una vena, mentre l’altro capo risulta libero. La Frida “europea” riesce a trattenere malamente la vena con una pinza chirurgica e il sangue le sporca il vestito.

Le due Frida
F. Kahlo, Le due Frida, dipinto ad olio, 1939, Città del Messico, Museo de Arte Moderno

Il dipinto fu esposto nella mostra organizzata da Andrè Breton dedicata al Surrealismo: l’esposizione consacrò l’importanza di Frida Kahlo nel panorama artistico di quegli anni. Lo stesso anno Frida e Diego si risposarono a San Francisco: Frida accettò la proposta di Diego con riserva perché il dolore che aveva provato per i continui tradimenti era troppo grande da sopportare.

Nei primi anni Quaranta la fama di Frida Kahlo crebbe notevolmente e le furono commissionati molti dipinti: realizzò tanti ritratti a mezzo busto che si distinguono per la ricchezza di dettagli sullo sfondo e per gli elementi con cui ella si rappresenta.

Nel 1943 Frida venne assunta dall’Accademia d’Arte per la pittura e la scultura dipendente dal Ministero della Pubblica Istruzione messicano. Quell’’ambiente era affine al suo temperamento: gli studenti non lavoravano in classe, ma traevano ispirazione per la loro arte visitando le città e le campagne del Messico. Frida propose ai suoi allievi un insegnamento poco convenzionale: «Bene, bambini, mettiamoci al lavoro; io sarò la vostra cosiddetta insegnante, non sono niente del genere, voglio soltanto esservi amica. […] Dipingere è sicuramente la cosa più straordinaria che ci sia, ma farlo bene è molto difficile, è necessario farlo, imparare molto bene la tecnica, avere un’autodisciplina molto rigida e soprattutto avere amore, sentire un grande amore per la pittura.»[10]

Dopo pochi mesi Frida, a causa dei continui dolori alla schiena e alla colonna vertebrale, continuò a insegnare nella sua casa di Coyoacán. Le prescrissero il riposo assoluto e l’utilizzo di un corsetto in acciaio, protagonista del dipinto La colonna spezzata: Frida si raffigura a tre quarti con un profondo taglio nel busto che è tenuto insieme dalle morse del corsetto. Al posto della colonna vertebrale si intravede una colonna fratturata in più punti. Il corpo dell’artista è trafitto da numerosi chiodi, simbolo del dolore fisico con cui Frida era costretta a convivere ogni giorno.

La colonna spezzata
F. Kahlo, La colonna spezzata, olio su tela montato su cartone, 1944, Città del Messico, collezione Dolores Olmedo

Nel 1946 si recò a New York per sottoporsi a una delicata operazione alla colonna vertebrale: «Sul fianco hanno prelevato un pezzo di bacino da inserire nella colonna, ed è il punto in cui la cicatrice è rimasta meno orripilante e più drittina. Le vertebrine danneggiate erano cinque e ora resteranno belle allineate come una canna di fucile.»[11]

Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio del decennio seguente le condizioni di salute della Kahlo peggiorarono inesorabilmente: ella si sottopose ad altre operazioni, ma il dolore e la continua sofferenza la portarono a stare continuamente a riposo. Negli ultimi anni eseguì pochi autoritratti e predilesse le nature morte.

Natura morta con pappagallo e frutta
F. Kahlo, Natura morta con pappagallo e frutta, 1951, olio su tela, Texas, Austin, University of Texas

All’inizio del 1953 i continui dolori alla gamba destra peggiorarono e i medici decisero di amputarla: «E’ sicuro che mi amputeranno la gamba destra. So pochi dettagli, ma i pareri sono molto seri. Dottor Luis Méndez e dottor Juan Farill. Sono molto preoccupata, ma nello stesso tempo sento che sarà una liberazione. Spero di essere capace, quando camminerò, di dare a Diego tutta la forza che mi sarà rimasta, ogni cosa per Diego» [12]. Frida affrontò l’operazione con notevole coraggio: «Più tardi indossò un elegante abito da tehuana, come se si fosse trattato di una festa, e si consegnò ai bisturi del chirurgo.»[13]

Anche se l’operazione era andata a buon fine le sue condizioni, soprattutto psichiche, si aggravarono e si fece sempre più presente l’idea del suicidio: «Sei mesi fa mi hanno amputato la gamba. Per me sono stati secoli di tortura e a volte ho quasi perso la ragione. Continuo ad avere voglia di suicidarmi. E’ Diego a impedirmelo, puntando sulla mia vanità di credere che gli mancherei. Me l’ha detto e io gli credo. Ma non ho mai sofferto tanto in vita mia. Aspetterò ancora un po’.»[14]

Gli ultimi mesi di vita furono veramente duri per Frida: alternava momenti di lucidità a momenti di totale straniamento e follia. La Kahlo, come testimoniano le parole di Diego, lottò fino all’ultimo per la vita: «Quando entrai nella camera per guardarla, il suo viso era tranquillo e sembrava più bello che mai. La notte precedente mi aveva dato un anello che mi aveva comprato come regalo per il nostro venticinquesimo anniversario di matrimonio, al quale mancavano diciassette giorni. Le domandai perché me lo desse con tanto anticipo e lei replicò: “Perché sento che ti lascerò molto presto”. Sebbene sapesse che stava per morire, non aveva smesso di lottare per la vita. Perché, altrimenti, la morte fu costretta a sorprenderla rubandole il respiro nel sonno?»[15]

I funerali di Frida furono un evento straordinario e centinaia di persone andarono a omaggiare la sua salma. Frida fu poi cremata: le sue ceneri oggi si trovano all’interno della “Casa Azurra” che Rivera lasciò in eredità, nel 1955, al popolo messicano; nel 1958 la Casa Azul è diventata un museo che ancora oggi mantiene viva la memoria di questa grande artista.

 

[1] Dalla dedica inserita da Frida Kahlo nel dipinto Ritratto di Don Guillermo Kahlo (1952) riportato in H. Herrera, Frida. Una biografia di Frida Kahlo, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2016, p. 31.

[2] P. Cacucci, Viva la vida, Milano, Feltrinelli, 2010, pp. 9-10.

[3] Ivi, p. 11.

[4] Lettera di Frida Kahlo indirizzata a Julien Levy, riportata in H. Herrera, op. cit., p. 58.

[5] Cacucci, op. cit., pp. 16-17.

[6] Herrera, op cit., p. 79.

[7] Frida Kahlo: biografia per immagini, Milano, Abscondita, 2008, p.119.

[8] Ivi, p. 124.

[9] Ivi, p. 126.

[10] Herrera, op. cit., p. 296.

[11] Frida Kahlo: biografia per immagini, Milano, Abscondita, 2008, p.130.

[12] Herrera, op. cit., p. 373.

[13] Ibid.

[14] Ivi, p. 378.

[15] Ivi, p. 389.

Nota dell’autrice: Per la scrittura di questo post, oltre ai libri già citati nelle note, è stata fondamentale la lettura di A. Kettenmann, Frida Kahlo: 1907-1954. Sofferenze e passioni, Taschen, 2010. Inoltre, consiglio la fondamentale consultazione del catalogo della recente mostra tenutasi a Milano presso il Mudec (Museo delle Culture): D. Sileo (a cura di), Frida Kahlo. Oltre il mito, catalogo della mostra (Milano, 1 febbraio – 3 giugno 2018), 24 ore cultura, 2018. Nella vastissima bibliografia dedicata a Frida Kahlo mi preme segnalare la graphic novel di V. Vinci, Operetta amorale a fumetti, 24 ore cultura, 2016.

2 commenti

  • Laura

    Grazie per aver illustrato i molteplici aspetti della Kahlo: la spiegazione di una persona competente che ha padronanza dell’argomento e sa mixare cultura, arte e viva di una grande artista e personaggio.
    Grazie infinite !!

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